Il Cratere

Se non avete mai sentito parlare di “Ginza Reggaeton” possiamo quasi essere ancora amici. Se non avete sentito parlare della versione neomelodica interpretata da Sharon Caroccia, potete anche accomodarvi all’uscita. Ascolto spesso i neomelodici quando sono tristi e il video della cover di questa canzone è tipo uno dei miei feticci visivi in assoluto. Eccolo qui per voi

Siccome quest’anno la Settimana della Critica sforna una cosa più bella dell’altra, non posso fare a meno di parlarvi de “Il Cratere”, il film di Silvia Luzi e Luca Bellino che ha impressionato tutti, compresa la sottoscritta.

La storia è semplice. Siamo nella provincia di Napoli. La vita può essere davvero dura quando hai un numero imprecisato di figli da mantenere senza un lavoro stabile. Rosario questo lo sa molto bene, e assieme alla moglie, tira avanti come venditore di strada girando l’Italia fra una fiera e l’altra. Deciso ad uscire da questo umiliante stato di povertà e desideroso di dare spazio finalmente alle proprie ambizioni, un giorno decide che è giunto il momento di sfruttare il talento musicale di sua figlia Sharon e farne di lei un astro nascente della musica neomelodica partenopea.

“Il Cratere” è a metà fra documentario e fiction e questo lo salva probabilmente dal farne l’ennesimo reperto sul fenomeno/racket del neomelodismo partenopeo (lo sappiamo, abbiamo capito). E’ invece una storia delicatissima e estremamente complessa sul rapporto fra un padre e una figlia che si amano nel profondo ma che faticano a sviscerare i propri sentimenti barricandosi l’uno dietro le proprie velleità artistiche e l’altra dietro al suo desiderio di libertà nel poter compiersi come bambina, molto prima che come “artista”.

L’ottimo lavoro di scrittura – ad opera dei registi (entrambi al loro debutto nel cinema di finzione) col supporto dello stesso Rosario Caroccia, mette in luce con molta delicatezza, l’evidente conflitto familiare. Nella messa in scena, molto ben riuscita è l’insistenza claustrofobica della macchina da presa che mette in luce ambienti e spazi estremamente degradati e privi di apertura verso l’esterno; così come l’indugiare sempre un istante in più sui volti dei protagonisti, con piglio quasi pasoliniano, mettendo in evidenza ogni singola ruga, ogni tremor di labbra, ogni lacrima ricacciata indietro dai protagonisti, mostrando così soprattutto le lotte personali ed interiori.

Rosario e Sharon sono entrambi desiderosi di riscatto e questo è nettamente percepibile nella resistenza che fanno trincerandosi dietro le loro convinzioni, senza voler sentire ragioni. Rosario mira ad una redenzione e vede nella figlia uno strumento per poterla finalmente compiere (“Figlia mia, tu sei una miniera d’oro”), ma nel suo volgersi da padre a impresario, si fa mangiare il cuore dall’avidità e si trasforma in una specie di Zampanò. Sharon è testarda, poco incline al controllo e manda a monte ore di lavoro nello studio di registrazione in segno di protesta, ma quando le minacce del padre diventano moralmente ricattatorie, sente tutto il peso del ‘dovere’ che l’intera famiglia le ha buttato addosso e questo finisce col romperla nel profondo.

Sharon è una preadolescente con un talento immenso che sogna il palcoscenico da sempre, ma non a costo della propria libertà di essere bambina (che si compie anche nei suoi capricci) e nel bisogno di avere accanto una figura di accoglienza come quella della madre, che pure molto la ama ma è purtroppo assente e non prova a difenderla da quello che la bambina vede come un sopruso incomprensibile. Quel “devi essere forte” che la donna sussurra alla bambina poco prima di dormire è di fatto una condanna alla solitudine.

Il disastro emotivo che la circonda e in cui sembra affogare è reale e lei deve dividersi tra quello che è e quello che dovrebbe essere e magistrale in questo senso è la sua interpretazione nell’incipit del film dove, dinanzi allo specchio, vive proprio lo sdoppiamento cui è costretta (e dove è bella, ve lo giuro, davvero bellissima così com’è, molto più di quando si concia da adulta e si mette quegli orecchini così grossi e tamarri).

“Il Cratere” non è un film perfetto, ma è quello che più mi è rimasto nel cuore perché, nonostante il non-professionismo degli attori, tutto è così vero, reale, intimo, interno e viscerale, come il sangue che pulsa e puoi sentirlo e ti fa sentire vivo.

Nota ai margini: il cratere nella realtà è una delle costellazioni più luminose del firmamento ma non risulta visibile ad occhio nudo.

Questa invece è la canzone del film. Buon ascolto.

 

 

 

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The Insult

Nell’odierna Beirut Yasser, un profugo palestinese, tenta di riaggiustare un tubo di scarico nella casa di Toni, libanese cristiano. Toni rifiuta con malagrazia il gesto di cortesia dicendo che non ha bisogno di niente e rovina di proposito il lavoro dell’ingegnere. Yasser si sente ferito e lo insulta. Toni vuole le scuse e quando vede che l’altro non è disposto a collaborare, lo insulta a sua volta e poi lo trascina in tribunale. Il caso produce un effetto-valanga di dimensioni bibliche e il delirio mediatico che ne consegue trascina il Paese sull’orlo della guerra civile.

Non starò ad ammorbarvi inutilmente con i dettagli tecnici. Il film è ben girato, fa abbondante uso della steady cam che stringe continuamente sui visi degli attori, i bravissimi Adel Karam (Toni) e Kamel El Basha (Yasser).

Attualmente in concorso a Venezia74, “The Insult” è un film che risulta fondamentale per una ragione sola (e non è poco): in un momento storico in cui il mondo si sta sgretolando sotto i colpi d’un nazionalismo becero, populista e meramente pretestuoso poiché volto a difendere gli interessi di pochi, il punto importante è sospendere il giudizio per un momento e volgere piuttosto lo sguardo a un’analisi accurata del passato.

Questo non per capire a chi accollare responsabilità e colpe rimaste perlopiù ancora impunite (nonostante nel film venga esplicitato formalmente che ‘la storia la fanno sempre e comunque i vincitori’), quanto per capire che le radici dell’odio sono profonde e partono da molto lontano e anche un piccolissimo incidente può provocare, con effetto valanga, un disastro di dimensioni inimmaginabili.

L’ottimo lavoro di sceneggiatura fatto dal regista Doueiri e dalla sua ex moglie e collaboratrice Joelle Touma (provenienti – esattamente come nel film – da due background culturali differenti che hanno permesso una scrittura ‘separata’ negli argomenti e nelle situazioni e che è stata poi integrata) mostra un approfondimento notevole degli archi narrativi dei personaggi e delle loro storie, soprattutto di quella di Toni.

Il personaggio del libanese cristiano rappresenta molto bene il profilo medio del populista ignorante, la cui ‘pancia’ è ormai da tempo avvelenata da discorsi patriottici e nazionalisti assorbiti  dal continuo fruire di tv di regime. Toni ha un passato di sofferenze da lui volutamente poste in fondo al cassetto della propria anima e di cui non ha mai voluto parlare, per puro orgoglio o per mera e giustificabile dimenticanza e l’unico modo per andare avanti senza crollare è quello di dar la colpa a qualcuno, chiunque esso sia, purchè sia in linea col profilo del ‘nemico palestinese’ che è sempre quello che si insidia di notte e di nascosto, piagnucola, fugge da un posto per occuparne un altro, sporca, truffa e ruba i posti di lavoro altrui (…Vi ricorda qualcosa, eh?! Si, anche a me.)

La sua controparte, il palestinese Yasser, dal canto suo è abituato a sentirsi fuoriposto continuamente e, nella lite, la parte che di lui subisce lo smacco più pesante è in primo luogo quella identitaria (per questo è importante capire il concetto che ‘le parole cambiano il mondo’), ma anche quella che ha sudato sempre un riscatto – professionale e sociale – strappato con le unghie e con i denti proprio per sfuggire ad uno stereotipo e ad un passato di cui non va fiero.

Sullo sfondo un Libano complicato e confuso, ufficialmente riappacificato nel 1990 dopo una guerra civile durata 15 anni e che sembra poi essere caduto in uno stato di amnesia in cui nessuno vuole ricordare niente. “The Insult” è il modo che il regista Doueiri usa per fare il punto della situazione in un paese pieno di differenze culturali ancora mal gestite e ferite mai rimarginate con la volontà di guardare ad un futuro dove non si fugge più, ci si guarda negli occhi, si ha il coraggio di chiedere scusa e di perdonare.

Film stupendo, che spero trovi distribuzione nella sale italiane.

 

Nota personale: siamo sfiduciati da quanto l’intolleranza e l’ignoranza regnino ormai ovunque e la scusa ufficiale e strumentale è sempre quella che “la gente è stanca”. Personalmente non ho idea di cosa voglia dire (se siete stanchi, beh, riposatevi), ma film come questo contribuiscono a porre l’accento sul fatto che le parole hanno il loro peso specifico, sempre, anche quando sui social network sembrano troppo volatili per loro importanza.

The Shape of Water

Nel 1962, in un’America intrappolata nella Guerra Fredda, Elisa Esposito fa tutto quello che deve fare, come sempre: dorme sul divano poi si sveglia, si masturba nella vasca da bagno, prepara le sue uova per colazione poi saluta il vicino di casa, va al lavoro in tram, timbra il cartellino presso un laboratorio governativo di massima sicurezza e si mette a fare le pulizie. La sua è una vita estremamente tranquilla e ripetitiva ma, nonostante il suo mutismo la costringa in un bozzolo di isolamento e silenzio, Elisa è piena di fantasia e trova comunque il modo di comunicare. Ma tutto questo cambia inevitabilmente quando lei e la sua amica Zelda scoprono per caso la misteriosa creatura celata dietro un esperimento supersegreto.
(…So cosa state pensando, non c’è bisogno che ghignate in quella maniera. E’ la ruggine, vero? Tutta questa ruggine che vedete attorno. Beh, non ho scritto più molto perché ho avuto molto da fare. Però adesso vi sto recensendo in anteprima l’ultimo film di Guillermo Del Toro. Cercate di dimostrare un po’ di gratitudine.)
Dunque. Forse non vi ho mai parlato della mia fascinazione per l’horror e le cose strane, morbose e molto sanguinolente. Oppure si, ma non importa. Quello che conta è che anche Del Toro da piccolo ha subito un qualche trauma infantile – esattamente come me – ricavandone però poi la capacità di girare fiabeschi e disturbanti capolavori del disgusto e dello spavento: pensiamo un attimo a “Mimic” (1997), “La spina del Diavolo” (2001), il robottoso “Pacific Rim” (2013) e il famosissimo “Il Labirinto del Fauno” (2006) la cui memorabile scena delle dita spaccate non mi fece dormire per due giorni.
Il suo ultimo lavoro, portato quest’anno in concorso alla Mostra di Venezia è “The Shape of water”.

Citando una delle tante cose dette dallo stesso regista in sede di conferenza stampa: “Ci sono due versione de ‘La Bella e la Bestia’. La prima è quella puritana dove viene esaltato l’amore platonico. Io ho preferito farne una versione dove si dà molto più spazio alle passioni umane e alla sessualità, alla scoperta del corpo proprio e dell’altro.”
E’ vero. “The Shape of water” è prima di tutto un trionfo di fisicità umana ed ‘aliena’ intesi non solo come fusione sessuale ma soprattutto come esplorazione e universale voglia di conoscenza. Per questo ci si innamora subito del personaggio di Elisa Esposito. Lei – nel suo mondo – è un freak e proprio per questa ragione (o forse la è il suo disperato attaccamento alla vita) è l’unica a non avere paura di un altro mostro.
Dall’altra parte, La Creatura (che nel film rimane volutamente senza nome) è il simulacro assoluto della diversità: per l’Occidente è una cosa disgustosa da studiare e poi distruggere, mentre in Amazzonia essa era rispettata, temuta e venerata come una divinità. Quella di Del Toro è una vera favola ambientata negli anni 60 usata come antidoto contro l’attuale deriva trumpista. Il regista è messicano, quindi è facilmente deducibile perché abbia il dente così avvelenato con un Presidente che intende includere nel suo privèè razzista, classista e sessista solo una certa parte di mondo, per sfruttare e poi scacciare via tutto quello che non è convenzionale e, in merito a ciò, illuminanti sono le parole che ad un certo punto mette in bocca ad Elisa: “Noi siamo niente, se non facciamo niente”.
Quello che è emozionante è la cura per ogni genere di dettaglio, poiché per il regista: “anche luci, interni e colori per me fanno parte dello storytelling”. La scrittura è finemente elaborata, capace di rendere ogni sfaccettatura dei personaggi, resi credibili dalle biografie di essi che Del Toro ha steso prima di buttarsi in una sceneggiatura. L’impatto visivo è forte, partendo soprattutto dalla scelta della palette dei colori che rispecchiano profondamente il background emotivo dei personaggi e il loro evolversi in rapporto con la Creatura. Il colore è ciò che sentiamo e viviamo. Per questo il rosso comincia ad essere visibile solo quando Elisa si innamora mentre un’ampia gamma di blu e di verdi comunica la presenza costante dell’acqua, ovunque e in ogni forma, non-luogo dove tutto comincia e finisce e che non ha forma, eppure, in qualche modo è scenario di vita.

Non ho più bisogno di dire molto riguardo al film, ma mi sento profondamente e intimamente felice pensando a queste parole di Del Toro: “Se il reale fa schifo, l’ultraterreno può aiutarci a conservare quello che di buono è rimasto e a tirarlo fuori per salvarci.”

Film superconsigliato, non c’è nemmeno bisogno che ve lo dica.

Stay tuned.

Shyness

Mi succede sempre una cosa, un po’ come alla festa delle medie.

Facebook é una bella parata di sparate più o meno forti, opinioni più o meno convincenti, discussioni più o meno interessanti e via cantando.

I miei preferiti pero’ restano sempre gli altrui post intimisti perché, se ben scritti, mi emozionano molto e inoltre mi frego le mani perché posso impicciarmi senza fare molti sforzi. E quando mi capita di leggerli io ci vado sempre, SEMPRE, coi piedi di piombo. Sono cose personali sicuramente importanti e a me non va di passarci sopra con le scarpe come sulle aiuole facendo un commento a cazzo, ridendo inutilmente oppure – peggio mi sento – con le battute stupide.

E la cosa si triplica se il post in questione é di una persona a cui “tengo particolarmente”.

“Vai Vale, vai con l’aggressivo-passivo forever, anche a 40 anni.”

“Tu fatti i cazzi tuoi, nessuno ti ha chiamato in causa, fammi fare quello che devo fare.”

Vedere le risposte a cazzo di cane per me equivale ad osservare il classico balletto dell’elefante nella cristalleria e allora mi viene come minimo voglia di scrivere in calce ai commenti cose tipo: “PORCODDIO, ZITTI!” oppure minacciare di farmi esplodere oppure attaccare briga col piú stupido della cricca e finire per litigarci di brutto.

Se invece é partito proprio il gallinaio di donne coi bollori che pur di farsi notare direbbero qualsiasi minchiata suggerita loro dalle ovaie, ovviamente tutto il coraggio da leone con cui sfiderei folle oceaniche va a farsi benedire.

Mi tocca guardare i commenti al post (bello, intimo, commovente, prezioso, scritto coi verbi giusti e pure con un po’ di ricercatezza lessicale) con l’espressione più Morgendorffer possibile, prendermi un Maalox e ricordarmi di quella volta in cui, ad una festa di preadolescenti puzzolenti, ci stava questo ragazzetto che mi piaceva tanto.

Ma proprio tanto.

Proprio che quando pensavo a lui mi veniva di baciare lo specchio e, per lui, avrei fatto lo sforzo di tenergli la mano, anche se da piccola il contatto fisico mi spaventava tantissimo.

Ovviamente non piaceva solo a me. Anzi stava bello gonfio di fans undicenni urlanti che gli offrivano i chupa chups e i dolci fatti in casa dalle mamme e io invece al massimo avevo scambiato con lui un parere da intenditori sui Cavalieri dello Zodiaco e lui aveva detto che era molto contento che a me piacesse Phoenix e non quel tozzo di Pegasus (affermazione che mi é costata circa 20 minuti di acqua gelida sulla faccia per via del rossore.)

La festa era cominciata da un po’ e siccome lui stava arrivando con molto ritardo, un’orda barbarica di ragazzine coi lucidalabbra alla frutta lo aspettava impaziente dietro la porta. Quando quel poraccio varcò la soglia, loro gli zomparono addosso in 200 e nessuna di loro fece caso al fatto che aveva la faccia da funerale.

10 a 1, aveva litigato con sua madre: succedeva spesso, perché i suoi erano divorziati e all’epoca era una roba per pochi e lui doveva soffrire molto, col padre sempre lontano e ‘sta madre megera che gli diceva le cose brutte e non voleva mandarlo a basket senza che avesse fatto prima i compiti. E una volta ci era capitato pure di parlarne – con molta vergogna – nei corridoi vicino la palestra, e io gli dissi (strisciando i piedi a terra e balbettando e arrossendo e altre amenità del genere) che, si, beh, insomma, anche io avevo la mamma che non era “amica mia” ma che faceva più che altro solo la mamma e facevo i compiti sempre da sola e che OGNI TANTO, purtroppo, ci litigavo anche io. E lui mi parlò, per tanto tempo, e io ascoltavo e lui aveva gli occhi rossi dalla rabbia che doveva sfogare e i miei invece erano per il dispiacere, perché non volevo che stesse così è allora lo ascoltavo in silenzio e gli mettevo, dio santo, la-mano-sulla-spalla tremando come una foglia.

Io stavo seduta nei miei jeans larghi e le superga blu e lo guardavo dimenarsi in mezzo alle galline levandosele di dosso una per una e lui é venuto di fronte a me e mi fissava e io devo aver fatto un mezzo sorriso luccicante per via dell’apparecchio fisso che portavo, ma di alzare il culo dalla sedia per andare a, tipo, abbracciarlo  e dargli sonori baci sulle guance, non se ne parlava nemmeno.

E quello é stato l’unico momento in cui ci siamo guardati davvero, perché il gallinaio (che a differenza mia aveva passato il pomeriggio a darsi lo smalto rosa e a fregare i vestiti alle sorelle piú grandi) non aveva nessuna intenzione di farsi mettere all’angolo.

E infatti cominciò la solita trafila dei complimenti e degli occhiolini e lui alla fine cedette e passò tutta la sera a ballare i lenti e a dondolare con le biondine mentre scambiava osservazioni sull’NBA con gli altri compagnucci maschi e io a una certa me ne andai a casa a fare le mie cose, che a volte é pure solo bello stare a guardare senza strafare troppo e poi, sinceramente, io le feste le odio, e che é, e tutto quel casino e quel sudore e poi i lenti, ma che é tutta sta confidenza, ma chi ti conosce, ma chi sei, ma chi ti ha mai cercato.

Oppure, piu’ semplicemente, a sentirmi di merda perché ero bloccata nella mia timidezza atavica e non ero bionda e avevo la luccicanza nei denti che spaventava tutti e non mi ero alzata dalla sedia per invitarlo IO a ballare e me ne andai a dormire schiacciata dai sensi di colpa e con le spalle piú curve di sempre e dovettero passare altri 3 anni prima d’un bacio vero dato dietro a una chiesa e altri 6 prima che mi decidessi a chiedere al tipo che mi piaceva: “Andiamo a fare una passeggiata?”, opzione che comprendeva anche un bacio e un poco di mani buttate in caciara MA CON MOLTA CALMA.

E adesso é cosí.

Magari un giorno ti chiederò se vuoi passeggiare o mangiare il tiramisú con me oppure scannarci sulla Juve oppure non dire assolutamente niente e continuerò a guardarti ancora, che quello mi viene davvero bene.

 

 

La Pazza Gioia

Prima di andare a portare il mio charme al bar dove i clienti non aspettano altro, vorrei spendere 4 parole per “La Pazza Gioia”. Perche’ poi dite che sono io che snobbo il cinema italiano, che non mi impegno, che faccio l’esterofila senza cognizione di causa e invece.
Mi sembra inutile ribadire l’ovvio e cioe’ che, con buona pace di Virzi’, sua moglie non e’ in grado di calcare una scena dove non debba interpretare il ruolo di una romana sfasciona. Su questo ci siamo. Non basta lo sforzo di parlare livornese “a modino”. Eppure il corpo di Donatella segnato dal martirio parla gia’per lei dicendo tutto ma, purtroppo, e’ la sola cosa funzioni. Il resto e’ reso estremamente male e il personaggio e’ rovinato in modo indelebile (come la CocaCola sulla seta, per quantificarvi il dramma) dalla Ramazzotti che non riesce a darle spessore MAI.
In piu’, e non e’ una robetta, il film ha una sceneggiatura talmente buttata in caciara da sembrare disonesta per chi non sia cresciuto a pane e meraviglioso mondo di Amelie.
L’incipit e’ davvero magnifico e anche a suo modo poetico (la comunita’ come mondo dove ciascuno comunque rimane solo), poi queste riescono fatalmente a scappare e…?
Senza che nessuno dei loro assistenti sociali e dottori che le hanno in cura chiamino gli SWAT per riportarle a casa, queste due trovano tempo, mezzi e infiniti colpi di fortuna da potersi trasformare in Thelma e Louise guidando un’auto rubata, recarsi in un centro commerciale a fare shopping, farsi rimorchiare, essere raccattate per strada dalla madre  di una delle due (una Anna Galiena che riesce a dare un minimo di senso a quel punto della storia). Poi, per non farsi mancare nulla, vanno giustamente anche alla villa all’Argentario di quella ricca per dare un saluto ad amici e parenti che restano abbastanza seccati dall’improvvisata ma nessuno chiama un’ambulanza. Quella si scopa l’ex marito e gli  frega una cosa come 10.000 euro in contanti per portarli in dono all’amante-bandito che, a quanto pare, invece – non vuole piu’ saperne, manco col binocolo.
Poi – visto che si trovano – vanno a fare un giretto in una discoteca di Viareggio , poi decidono che e’ assolutamente ora di recuperare il rapporto col figlio abbandonato ma ci vanno vestite da comparse di film anni ’50 e poi, a Dio piacendo, finalmente investono la Ramazzotti e il film torna a prendere una piega normale dove due pazze che hanno bisogno di aiuto vengono soccorse da gente con un minimo di carita’ cristiana.
Ora, va bene il film sull’importanza di tutelare questi soggetti e la loro particolarita’, ma il film prende mille direzioni senza arrivare da nessuna parte. Il personaggio della ricca bohemmienne bipolare e’ un po’ banale ma e’ reso magistralmente da Valeria Bruni Tedeschi che, almeno qui, fa la parte del mattatore, conferendo al ruolo – laddove potrebbe subentrare un vago senso di noia – uno spessore tale da prendersi la scena quasi tutto il tempo. Anzi, direi proprio che il E’ lei, lo trascina lei, la pazzia stessa e’ lei, e anche la vita dopo il disastro assoluto e la rovina e gli errori fatti per amore e la faccia tosta e la noncuranza nei confronti del mondo e’ tutto, sempre, lei.
La Ramazzotti si sforza molto – sul serio, eh – ma riesce a rovinare persino il suo monologo sulla spiaggia, che pure era il suo momento piu’ importante dove spiega il dramma d’una madre a cui viene strappato un figlio.
Non mi e’ venuta voglia di benzodiazepine e questo e’ gia un bel passo avanti, ma non portiamo nessuno punto a casa.
Siamo lontanissimi dallo splendore di “Tutti i santi giorni” e dal “Capitale Umano”.
C’era bisogno?!
Bah.

 

Los Nadie

Medellin, Colombia.

5 ragazzi combattono ogni giorno per mantenere la loro identita’ in un mondo che li vorrebbe “uguali”, “utili”, “produttivi” e altre amenita’ indecenti e intollerabili per la Signora Adolescenza.

Sono giocolieri, sono studenti, sono drogati, sono musicisti, donne e uomini, sono artisti, sono viaggiatori in attesa che il Futuro e il Destino li cambi in qualcosa.

Finche’ non decidono di ribaltare loro stessi le carte in tavola.

E’ la sinossi piu’ vaga della Storia, mi rendo conto. Nemmeno rende giustizia a questo deliziosissimo film, che pure ha vinto la Settimana della Critica alla 73 Mostra di Venezia. Juan Sebastian Mesa firma il suo primo lungometraggio, “Los Nadie” ( I Nessuno) che e’ un piccolissimo gioiello, a suo modo.

Non privo di difetti e con una notevole ingenuita’ nella messa in scena (le riprese sono durate solo 7 giorni), racconta non solo la Guerra del’adolescenza in una realta’ complessa come quella colombiana ma definisce (senza alcuna scelta narrativa sensazionalistica e questo e’ un enorme merito, ai miei occhi) la profonda e concreta del punk, inteso come essenza e come scelta esistenziale.

Saper dire ‘no’, scegliere, autodeterminarsi fino alla morte, strillare per farsi valere, dar fuoco a tutto – soprattutto a se stessi – e non aver paura dei demoni degli adulti: perche’ il domani e’ lontano, il Futuro non esiste e se esiste e’ solo una trappola per gli stupidi che ci credono ancora, perche’ niente ha piu’ valore del correre, niente ha piu’ senso del vivere come viene lasciando un segno.

Questi “nessuno”, quindi, vivono pienamente la loro animalita’ (nell’accezione piu’ alta possible del termine), ma eppure sono cosi’ teneri: nessuno scopa con nessuno, nessuno scopa la madre di nessuno, nessuno si impicca masturbandosi alla manigia della porta, nessuno fa una strage (Larry Clark ci hai rotto le palle!!!).

C’e’ una delicatezza particolare negli occhi di questi adolescenti, qualcosa che fa commuovere come se fossero cuccioli: tutto e’ struggente e nonostante la violenza incredibile tutto rimane candido, tutto rimane puro.

Dovrebbero vederlo tutti, per ritrovare il sacro fuoco che magari s’e’ perduto. Soprattutto gli adulti e quelli che hanno studiato ingegneria informatica.

 

Nota ai margini:

Mentre scrivo questa recensione, se mi volto, posso vedere Vale Adolescente appollaiata alla finestra che mi sorride mi prende per il culo, con quell sorrisaccio, gli occhi bistrati di nero, i capelli con la riga di mezzo, gli anfibi consunti con la punta di ferro, una magliettaccia da mercatino.

 Non me l’ero mai cacata molto, questa Vale qui. Era piu’ che altro una rogna, una che adulta non ci voleva diventare. Una fuori posto un po’ dappertutto e siccome non stava bene da nessuna parte, non trovava pace nemmeno dentro di me.

Avro’ provato ad affogarla mille volte con la testa nella vasca da bagno e ogni volta che preparavo il sacco per buttarla nella discarica piu’ vicina, questa rinveniva, sputazzava un po’ d’acqua e mi rideva in faccia.

Eppure non c’e’ personaggio che io debba ringraziare di piu’ di lei. Perche’ e’ vero che gli ultimi 5 anni sono stati un casino, che riuscire a portare a casa un solo mezzo punto e’ equivalso a farsi spianare il culo da persone che, alla fine, ma chi cavolo erano mai. Ma e’ stato tutto cosi’ eccitante, come voleva lei. E anche quando e’ venuto il brutto, lei sconfortata non e’ stata mai.

 La miglior recensione per questo film quindi e’ che riesce a accendere in chi lo guarda la voglia di andarsi a prendere quello che si vuole dove lo si vuole e SUBITO, non domani, non fra un mese, ma ora.

 Perche’ non c’e’ tempo, mai.

 Correte.

One more time with Feeling

Dev’essere davvero difficile fare un documentario su Nick Cave senza approcciare l’artista come se fosse una sorta di nuovo Cristo sceso in Terra. Questo è stato lo sbaglio compiuto, a mio avviso, da “20.000 Days on earth” del duo Fordsyth- Pollard. Troppo celebrativo, anche perché chi conosce bene questo incredibile artista, sa perfettamente quanto abbia influito la di lui arte sul mondo intero senza bisogno di pompose parate.

Proprio per questo chi lo ama davvero, chi ha speso la propria adolescenza consumando “Murder Ballads”, chi si è spremuto le cervella sui perché e i percome della sua relazione distruttiva con PJ Harvey (ancora devo farmene una ragione, ahimè, nemmeno fossero Woody Allen e Diane Keaton); non può non vedere il nuovo documentario di Andrew Dominik.

Pensato inizialmente dallo stesso Cave come la ripresa di una performance per promuovere il prossimo disco in uscita con lo storico gruppo The Bad Seeds (la collaborazione fra il regista e il cantante risale al 2007 con “The Assassination of Jesse James by the coward Robert Ford”), “One more time with Feeling” è senz’altro un prodotto di altissima qualità.

Pensato fin dall’inizio per essere girato in 3D, la macchina da presa si muove con grazia fra i musicisti esaltando le bellissime canzoni e la struggente interpretazione di Cave, la cui poetica è esaltata da una fotografia eccellente ad opera di Alwin Kulcher e Benoit Debie e da un uso sapientemente drammatico del bianco e nero.

Esteticamente è quindi quello che io, a livello tecnico, concepisco come “capolavoro” senza inutili narcisismi di sorta a rovinarne l’incredibile estetica.

Ma non mi credereste se dicessi che, purtroppo o per fortuna, tutto questo risulta la parte meno “interessante” del lungometraggio. Perché effettivamente in “One more time with feeling”, la musica diventa lo strumento per permettere ad un uomo distrutto di poter parlare del momento di blocco totale della sua vita.

 “Non credo più nella narrazione lineare” confessa Cave, quando gli si fa notare che i suoi testi sono molto più evanescenti d’un tempo. “Non credo più nelle storie che iniziano e hanno una fine, tutto svanisce, tutto dura un solo momento.”

E’ vero: i testi del nuovo disco sono perlopiù una raccolta di immagini evocative d’un qualcosa che non c’è più, estremamente malinconici e la musica si fa sempre meno melodica e molto più ipnotica; così bello che viene voglia di comprarlo immediatamente.

Ma è quando Cave comincia a parlare del cumulo di macerie che rappresenta ciò che resta della sua famiglia e di come tutto questo abbia influito ovviamente sul lato artistico, che il cuore dello spettatore comincia a mancare i battiti.

All’ombra della tragica morte dell’amatissimo figlio Arthur, caduto il 14 luglio 2015 da una scogliera di 18 metri a Brighton, il cantante si trova a dover parlare di tutto questo e lo fa con una dignità minimale da brividi, davvero molto rara. “Non va bene, ma deve andare bene per forza” confessa dinanzi alla macchina da presa con sguardo vuoto “Io e la mia famiglia abbia scelto di essere felici nonostante tutto e tutto questo ci fa sentire in colpa, perché sembra una vendetta. La felicità è la miglior forma di vendetta possibile”.

Un’intensità che lascia davvero senza fiato, soprattutto quando la moglie Susie mostra alla camera un disegno fatto da Arthur anni prima in cui viene fatalmente ritratto il luogo dove poi il ragazzo morirà (prova evidente del fatto che il destino è una puttana con un brutto senso dell’umorismo).

La difficoltà dell’accettazione, la scelta di andare avanti, la consapevolezza estrema d’un posto che resterà sempre vuoto: tutto questo è “One More Time with Feeling”.

Chi vuole bene a quest’uomo non può perdersi questo gioiello vero che io spero davvero esca al cinema il più presto possibile.

Per quanto mi riguarda adesso mi trovo in sala stampa a -20° (l’aria condizionata funziona BENISSIMO, devo dire) ed è davvero difficile riuscire a nascondere i miei occhi lucidi al mio vicino di posto che pure mi sente tirare su col naso da circa 15 minuti e cioè dal momento stesso in cui mi è tornato in mente che, nei titoli di coda, parte una versione acustica di “Deep Water” suonata da Cave e si sente distintamente la voce di Arthur limpida cantare e riempire tutto lo spazio e io non so – non lo so più – come deve finire questa recensione.