Shyness

Mi succede sempre una cosa, un po’ come alla festa delle medie.

Facebook é una bella parata di sparate più o meno forti, opinioni più o meno convincenti, discussioni più o meno interessanti e via cantando.

I miei preferiti pero’ restano sempre gli altrui post intimisti perché, se ben scritti, mi emozionano molto e inoltre mi frego le mani perché posso impicciarmi senza fare molti sforzi. E quando mi capita di leggerli io ci vado sempre, SEMPRE, coi piedi di piombo. Sono cose personali sicuramente importanti e a me non va di passarci sopra con le scarpe come sulle aiuole facendo un commento a cazzo, ridendo inutilmente oppure – peggio mi sento – con le battute stupide.

E la cosa si triplica se il post in questione é di una persona a cui “tengo particolarmente”.

“Vai Vale, vai con l’aggressivo-passivo forever, anche a 40 anni.”

“Tu fatti i cazzi tuoi, nessuno ti ha chiamato in causa, fammi fare quello che devo fare.”

Vedere le risposte a cazzo di cane per me equivale ad osservare il classico balletto dell’elefante nella cristalleria e allora mi viene come minimo voglia di scrivere in calce ai commenti cose tipo: “PORCODDIO, ZITTI!” oppure minacciare di farmi esplodere oppure attaccare briga col piú stupido della cricca e finire per litigarci di brutto.

Se invece é partito proprio il gallinaio di donne coi bollori che pur di farsi notare direbbero qualsiasi minchiata suggerita loro dalle ovaie, ovviamente tutto il coraggio da leone con cui sfiderei folle oceaniche va a farsi benedire.

Mi tocca guardare i commenti al post (bello, intimo, commovente, prezioso, scritto coi verbi giusti e pure con un po’ di ricercatezza lessicale) con l’espressione più Morgendorffer possibile, prendermi un Maalox e ricordarmi di quella volta in cui, ad una festa di preadolescenti puzzolenti, ci stava questo ragazzetto che mi piaceva tanto.

Ma proprio tanto.

Proprio che quando pensavo a lui mi veniva di baciare lo specchio e, per lui, avrei fatto lo sforzo di tenergli la mano, anche se da piccola il contatto fisico mi spaventava tantissimo.

Ovviamente non piaceva solo a me. Anzi stava bello gonfio di fans undicenni urlanti che gli offrivano i chupa chups e i dolci fatti in casa dalle mamme e io invece al massimo avevo scambiato con lui un parere da intenditori sui Cavalieri dello Zodiaco e lui aveva detto che era molto contento che a me piacesse Phoenix e non quel tozzo di Pegasus (affermazione che mi é costata circa 20 minuti di acqua gelida sulla faccia per via del rossore.)

La festa era cominciata da un po’ e siccome lui stava arrivando con molto ritardo, un’orda barbarica di ragazzine coi lucidalabbra alla frutta lo aspettava impaziente dietro la porta. Quando quel poraccio varcò la soglia, loro gli zomparono addosso in 200 e nessuna di loro fece caso al fatto che aveva la faccia da funerale.

10 a 1, aveva litigato con sua madre: succedeva spesso, perché i suoi erano divorziati e all’epoca era una roba per pochi e lui doveva soffrire molto, col padre sempre lontano e ‘sta madre megera che gli diceva le cose brutte e non voleva mandarlo a basket senza che avesse fatto prima i compiti. E una volta ci era capitato pure di parlarne – con molta vergogna – nei corridoi vicino la palestra, e io gli dissi (strisciando i piedi a terra e balbettando e arrossendo e altre amenità del genere) che, si, beh, insomma, anche io avevo la mamma che non era “amica mia” ma che faceva più che altro solo la mamma e facevo i compiti sempre da sola e che OGNI TANTO, purtroppo, ci litigavo anche io. E lui mi parlò, per tanto tempo, e io ascoltavo e lui aveva gli occhi rossi dalla rabbia che doveva sfogare e i miei invece erano per il dispiacere, perché non volevo che stesse così è allora lo ascoltavo in silenzio e gli mettevo, dio santo, la-mano-sulla-spalla tremando come una foglia.

Io stavo seduta nei miei jeans larghi e le superga blu e lo guardavo dimenarsi in mezzo alle galline levandosele di dosso una per una e lui é venuto di fronte a me e mi fissava e io devo aver fatto un mezzo sorriso luccicante per via dell’apparecchio fisso che portavo, ma di alzare il culo dalla sedia per andare a, tipo, abbracciarlo  e dargli sonori baci sulle guance, non se ne parlava nemmeno.

E quello é stato l’unico momento in cui ci siamo guardati davvero, perché il gallinaio (che a differenza mia aveva passato il pomeriggio a darsi lo smalto rosa e a fregare i vestiti alle sorelle piú grandi) non aveva nessuna intenzione di farsi mettere all’angolo.

E infatti cominciò la solita trafila dei complimenti e degli occhiolini e lui alla fine cedette e passò tutta la sera a ballare i lenti e a dondolare con le biondine mentre scambiava osservazioni sull’NBA con gli altri compagnucci maschi e io a una certa me ne andai a casa a fare le mie cose, che a volte é pure solo bello stare a guardare senza strafare troppo e poi, sinceramente, io le feste le odio, e che é, e tutto quel casino e quel sudore e poi i lenti, ma che é tutta sta confidenza, ma chi ti conosce, ma chi sei, ma chi ti ha mai cercato.

Oppure, piu’ semplicemente, a sentirmi di merda perché ero bloccata nella mia timidezza atavica e non ero bionda e avevo la luccicanza nei denti che spaventava tutti e non mi ero alzata dalla sedia per invitarlo IO a ballare e me ne andai a dormire schiacciata dai sensi di colpa e con le spalle piú curve di sempre e dovettero passare altri 3 anni prima d’un bacio vero dato dietro a una chiesa e altri 6 prima che mi decidessi a chiedere al tipo che mi piaceva: “Andiamo a fare una passeggiata?”, opzione che comprendeva anche un bacio e un poco di mani buttate in caciara MA CON MOLTA CALMA.

E adesso é cosí.

Magari un giorno ti chiederò se vuoi passeggiare o mangiare il tiramisú con me oppure scannarci sulla Juve oppure non dire assolutamente niente e continuerò a guardarti ancora, che quello mi viene davvero bene.

 

 

La Pazza Gioia

Prima di andare a portare il mio charme al bar dove i clienti non aspettano altro, vorrei spendere 4 parole per “La Pazza Gioia”. Perche’ poi dite che sono io che snobbo il cinema italiano, che non mi impegno, che faccio l’esterofila senza cognizione di causa e invece.
Mi sembra inutile ribadire l’ovvio e cioe’ che, con buona pace di Virzi’, sua moglie non e’ in grado di calcare una scena dove non debba interpretare il ruolo di una romana sfasciona. Su questo ci siamo. Non basta lo sforzo di parlare livornese “a modino”. Eppure il corpo di Donatella segnato dal martirio parla gia’per lei dicendo tutto ma, purtroppo, e’ la sola cosa funzioni. Il resto e’ reso estremamente male e il personaggio e’ rovinato in modo indelebile (come la CocaCola sulla seta, per quantificarvi il dramma) dalla Ramazzotti che non riesce a darle spessore MAI.
In piu’, e non e’ una robetta, il film ha una sceneggiatura talmente buttata in caciara da sembrare disonesta per chi non sia cresciuto a pane e meraviglioso mondo di Amelie.
L’incipit e’ davvero magnifico e anche a suo modo poetico (la comunita’ come mondo dove ciascuno comunque rimane solo), poi queste riescono fatalmente a scappare e…?
Senza che nessuno dei loro assistenti sociali e dottori che le hanno in cura chiamino gli SWAT per riportarle a casa, queste due trovano tempo, mezzi e infiniti colpi di fortuna da potersi trasformare in Thelma e Louise guidando un’auto rubata, recarsi in un centro commerciale a fare shopping, farsi rimorchiare, essere raccattate per strada dalla madre  di una delle due (una Anna Galiena che riesce a dare un minimo di senso a quel punto della storia). Poi, per non farsi mancare nulla, vanno giustamente anche alla villa all’Argentario di quella ricca per dare un saluto ad amici e parenti che restano abbastanza seccati dall’improvvisata ma nessuno chiama un’ambulanza. Quella si scopa l’ex marito e gli  frega una cosa come 10.000 euro in contanti per portarli in dono all’amante-bandito che, a quanto pare, invece – non vuole piu’ saperne, manco col binocolo.
Poi – visto che si trovano – vanno a fare un giretto in una discoteca di Viareggio , poi decidono che e’ assolutamente ora di recuperare il rapporto col figlio abbandonato ma ci vanno vestite da comparse di film anni ’50 e poi, a Dio piacendo, finalmente investono la Ramazzotti e il film torna a prendere una piega normale dove due pazze che hanno bisogno di aiuto vengono soccorse da gente con un minimo di carita’ cristiana.
Ora, va bene il film sull’importanza di tutelare questi soggetti e la loro particolarita’, ma il film prende mille direzioni senza arrivare da nessuna parte. Il personaggio della ricca bohemmienne bipolare e’ un po’ banale ma e’ reso magistralmente da Valeria Bruni Tedeschi che, almeno qui, fa la parte del mattatore, conferendo al ruolo – laddove potrebbe subentrare un vago senso di noia – uno spessore tale da prendersi la scena quasi tutto il tempo. Anzi, direi proprio che il E’ lei, lo trascina lei, la pazzia stessa e’ lei, e anche la vita dopo il disastro assoluto e la rovina e gli errori fatti per amore e la faccia tosta e la noncuranza nei confronti del mondo e’ tutto, sempre, lei.
La Ramazzotti si sforza molto – sul serio, eh – ma riesce a rovinare persino il suo monologo sulla spiaggia, che pure era il suo momento piu’ importante dove spiega il dramma d’una madre a cui viene strappato un figlio.
Non mi e’ venuta voglia di benzodiazepine e questo e’ gia un bel passo avanti, ma non portiamo nessuno punto a casa.
Siamo lontanissimi dallo splendore di “Tutti i santi giorni” e dal “Capitale Umano”.
C’era bisogno?!
Bah.

 

Los Nadie

Medellin, Colombia.

5 ragazzi combattono ogni giorno per mantenere la loro identita’ in un mondo che li vorrebbe “uguali”, “utili”, “produttivi” e altre amenita’ indecenti e intollerabili per la Signora Adolescenza.

Sono giocolieri, sono studenti, sono drogati, sono musicisti, donne e uomini, sono artisti, sono viaggiatori in attesa che il Futuro e il Destino li cambi in qualcosa.

Finche’ non decidono di ribaltare loro stessi le carte in tavola.

E’ la sinossi piu’ vaga della Storia, mi rendo conto. Nemmeno rende giustizia a questo deliziosissimo film, che pure ha vinto la Settimana della Critica alla 73 Mostra di Venezia. Juan Sebastian Mesa firma il suo primo lungometraggio, “Los Nadie” ( I Nessuno) che e’ un piccolissimo gioiello, a suo modo.

Non privo di difetti e con una notevole ingenuita’ nella messa in scena (le riprese sono durate solo 7 giorni), racconta non solo la Guerra del’adolescenza in una realta’ complessa come quella colombiana ma definisce (senza alcuna scelta narrativa sensazionalistica e questo e’ un enorme merito, ai miei occhi) la profonda e concreta del punk, inteso come essenza e come scelta esistenziale.

Saper dire ‘no’, scegliere, autodeterminarsi fino alla morte, strillare per farsi valere, dar fuoco a tutto – soprattutto a se stessi – e non aver paura dei demoni degli adulti: perche’ il domani e’ lontano, il Futuro non esiste e se esiste e’ solo una trappola per gli stupidi che ci credono ancora, perche’ niente ha piu’ valore del correre, niente ha piu’ senso del vivere come viene lasciando un segno.

Questi “nessuno”, quindi, vivono pienamente la loro animalita’ (nell’accezione piu’ alta possible del termine), ma eppure sono cosi’ teneri: nessuno scopa con nessuno, nessuno scopa la madre di nessuno, nessuno si impicca masturbandosi alla manigia della porta, nessuno fa una strage (Larry Clark ci hai rotto le palle!!!).

C’e’ una delicatezza particolare negli occhi di questi adolescenti, qualcosa che fa commuovere come se fossero cuccioli: tutto e’ struggente e nonostante la violenza incredibile tutto rimane candido, tutto rimane puro.

Dovrebbero vederlo tutti, per ritrovare il sacro fuoco che magari s’e’ perduto. Soprattutto gli adulti e quelli che hanno studiato ingegneria informatica.

 

Nota ai margini:

Mentre scrivo questa recensione, se mi volto, posso vedere Vale Adolescente appollaiata alla finestra che mi sorride mi prende per il culo, con quell sorrisaccio, gli occhi bistrati di nero, i capelli con la riga di mezzo, gli anfibi consunti con la punta di ferro, una magliettaccia da mercatino.

 Non me l’ero mai cacata molto, questa Vale qui. Era piu’ che altro una rogna, una che adulta non ci voleva diventare. Una fuori posto un po’ dappertutto e siccome non stava bene da nessuna parte, non trovava pace nemmeno dentro di me.

Avro’ provato ad affogarla mille volte con la testa nella vasca da bagno e ogni volta che preparavo il sacco per buttarla nella discarica piu’ vicina, questa rinveniva, sputazzava un po’ d’acqua e mi rideva in faccia.

Eppure non c’e’ personaggio che io debba ringraziare di piu’ di lei. Perche’ e’ vero che gli ultimi 5 anni sono stati un casino, che riuscire a portare a casa un solo mezzo punto e’ equivalso a farsi spianare il culo da persone che, alla fine, ma chi cavolo erano mai. Ma e’ stato tutto cosi’ eccitante, come voleva lei. E anche quando e’ venuto il brutto, lei sconfortata non e’ stata mai.

 La miglior recensione per questo film quindi e’ che riesce a accendere in chi lo guarda la voglia di andarsi a prendere quello che si vuole dove lo si vuole e SUBITO, non domani, non fra un mese, ma ora.

 Perche’ non c’e’ tempo, mai.

 Correte.

One more time with Feeling

Dev’essere davvero difficile fare un documentario su Nick Cave senza approcciare l’artista come se fosse una sorta di nuovo Cristo sceso in Terra. Questo è stato lo sbaglio compiuto, a mio avviso, da “20.000 Days on earth” del duo Fordsyth- Pollard. Troppo celebrativo, anche perché chi conosce bene questo incredibile artista, sa perfettamente quanto abbia influito la di lui arte sul mondo intero senza bisogno di pompose parate.

Proprio per questo chi lo ama davvero, chi ha speso la propria adolescenza consumando “Murder Ballads”, chi si è spremuto le cervella sui perché e i percome della sua relazione distruttiva con PJ Harvey (ancora devo farmene una ragione, ahimè, nemmeno fossero Woody Allen e Diane Keaton); non può non vedere il nuovo documentario di Andrew Dominik.

Pensato inizialmente dallo stesso Cave come la ripresa di una performance per promuovere il prossimo disco in uscita con lo storico gruppo The Bad Seeds (la collaborazione fra il regista e il cantante risale al 2007 con “The Assassination of Jesse James by the coward Robert Ford”), “One more time with Feeling” è senz’altro un prodotto di altissima qualità.

Pensato fin dall’inizio per essere girato in 3D, la macchina da presa si muove con grazia fra i musicisti esaltando le bellissime canzoni e la struggente interpretazione di Cave, la cui poetica è esaltata da una fotografia eccellente ad opera di Alwin Kulcher e Benoit Debie e da un uso sapientemente drammatico del bianco e nero.

Esteticamente è quindi quello che io, a livello tecnico, concepisco come “capolavoro” senza inutili narcisismi di sorta a rovinarne l’incredibile estetica.

Ma non mi credereste se dicessi che, purtroppo o per fortuna, tutto questo risulta la parte meno “interessante” del lungometraggio. Perché effettivamente in “One more time with feeling”, la musica diventa lo strumento per permettere ad un uomo distrutto di poter parlare del momento di blocco totale della sua vita.

 “Non credo più nella narrazione lineare” confessa Cave, quando gli si fa notare che i suoi testi sono molto più evanescenti d’un tempo. “Non credo più nelle storie che iniziano e hanno una fine, tutto svanisce, tutto dura un solo momento.”

E’ vero: i testi del nuovo disco sono perlopiù una raccolta di immagini evocative d’un qualcosa che non c’è più, estremamente malinconici e la musica si fa sempre meno melodica e molto più ipnotica; così bello che viene voglia di comprarlo immediatamente.

Ma è quando Cave comincia a parlare del cumulo di macerie che rappresenta ciò che resta della sua famiglia e di come tutto questo abbia influito ovviamente sul lato artistico, che il cuore dello spettatore comincia a mancare i battiti.

All’ombra della tragica morte dell’amatissimo figlio Arthur, caduto il 14 luglio 2015 da una scogliera di 18 metri a Brighton, il cantante si trova a dover parlare di tutto questo e lo fa con una dignità minimale da brividi, davvero molto rara. “Non va bene, ma deve andare bene per forza” confessa dinanzi alla macchina da presa con sguardo vuoto “Io e la mia famiglia abbia scelto di essere felici nonostante tutto e tutto questo ci fa sentire in colpa, perché sembra una vendetta. La felicità è la miglior forma di vendetta possibile”.

Un’intensità che lascia davvero senza fiato, soprattutto quando la moglie Susie mostra alla camera un disegno fatto da Arthur anni prima in cui viene fatalmente ritratto il luogo dove poi il ragazzo morirà (prova evidente del fatto che il destino è una puttana con un brutto senso dell’umorismo).

La difficoltà dell’accettazione, la scelta di andare avanti, la consapevolezza estrema d’un posto che resterà sempre vuoto: tutto questo è “One More Time with Feeling”.

Chi vuole bene a quest’uomo non può perdersi questo gioiello vero che io spero davvero esca al cinema il più presto possibile.

Per quanto mi riguarda adesso mi trovo in sala stampa a -20° (l’aria condizionata funziona BENISSIMO, devo dire) ed è davvero difficile riuscire a nascondere i miei occhi lucidi al mio vicino di posto che pure mi sente tirare su col naso da circa 15 minuti e cioè dal momento stesso in cui mi è tornato in mente che, nei titoli di coda, parte una versione acustica di “Deep Water” suonata da Cave e si sente distintamente la voce di Arthur limpida cantare e riempire tutto lo spazio e io non so – non lo so più – come deve finire questa recensione.

La regiòn selvaja – The Untamed

Ci sono molti posti.

Uno può essere quello dove risiede la quotidianità di un piccolo nucleo familiare in cui coesistono un padre di nome Angel, due bimbi piccoli e bellissimi e la giovane mamma Alejandra.

Poi ci sono i posti dove va la misteriosa Veronica. Luoghi oscuri dove le pance si scaldano, le cosce diventano umide, le bocche – e tutti gli altri pertugi – si aprono; anzi no, si offrono alla celebrazione del puro istinto.

In balia del marito infantile e fedifrago, del fratello dolce ma bugiardo e di una suocera che si diverte a tenerla al giogo, Alejandra appare così remissiva, così silenziosa quasi da dimenticarne l’esistenza, così accomodante. Persino quando succede una disgrazia, la subisce passivamente. Ma quello che cambierà completamente la sua percezione delle cose è l’incontro con Veronica e il suo invito ad andare in una ‘regione selvaggia’ dove c’è una misteriosa creatura a cui importa unicamente di dare piacere all’umanità.

Tutto quello che ne segue dopo – i rapporti, gli affetti, i legami imprescindibili – perde quasi completamente di significato e una nuova vita può ricominciare.

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Indivisibili

Ci sono due ragazze sul palco, vicine. Sono bellissime e molto talentuose: si guadagnano da vivere cantando ai matrimoni e alle (improbabili) feste di compleanno. Desy è quella più smaliziata, Viola invece si nasconde di più.

“Indivisibili” è il loro cavallo di battaglia per cui vengono letteralmente osannate dal pubblico locale.

Indivisibile però è anche la loro condizione. Perché sono gemelle siamesi. Se una mangia, l’altra sente dolore alla pancia. Se una si masturba, l’altra prova piacere. E’ una simbiosi costretta, ma le ragazze sono riuscite coraggiosamente a crearsi la propria dimensione.

Tutto cambia quando un chirurgo gli dice che in realtà c’è la possibilità di separarle con un’operazione che permetterebbe loro di alzare notevolmente la qualità della vita.

In quel preciso momento, quando tutta la verità è illuminata, il ridicolo e degradante circo in cui le ragazze sono vissute si sfalda sotto i loro occhi, perché tutto può, finalmente, cambiare.

Mi sono dovuta prendere un giorno di tempo, respirare un po’, vedere altri film e dormirci su; altrimenti non sarei riuscita a recensire questo film. Da un (bel) po’ di tempo si parla di “nuovo cinema italiano”: lo faccio anche io, evitando di spendere i soliti grandi nomi. I successi di Gabriele Mainetti e Matteo Rovere hanno fatto ben sperare in una nuova ventata di freschezza riconducibile soprattutto ad un nuovo sguardo e ad una nuova concezione del fare cinema dove contano sicuramente più le idee valide ed originali coadiuvate dalla buonissima scrittura (in questo caso, di Nicola Guaglianone). Con vero piacere posso dire che Edoardo De Angelis – già regista di “Mozzarella Stories” e del più recente “Perez”, presentato a Venezia 2 anni fa – entra di sforbiciata in questo nuovo, ancora piccolo ma prolifico, Olimpo.

Impossibile non cogliere il riferimento a “Freaks” di Tod Browning dove le gemelle Violet e Daisy Hilton erano realmente siamesi unite per fianchi e glutei; ma l’assoluta indipendenza del film sta nel riuscire a raccontare una storia di “mostri” inserendola in una contesto contemporaneo italiano. Sullo sfondo infatti c’è il degrado umano e ambientale del litorale domiziano e un contesto familiare completamente sfasciato – una madre assente che si prende tutta la colpa (una Antonia Truppo convincente più che mai) e un padre che sfrutta la mostruosità delle figlie per alzare soldi – non permette, almeno formalmente, alle ragazze di strutturare una loro indipendenza nonostante siano loro a dover tenere il peso, seppur col sorriso, della condizione.

Eppure. La forza assoluta del film sta nel descrivere con struggente e singolare profondità, la loro volontà di vivere ben oltre l’handicap e smarcarsi da una condizione che sembra addirittura “privilegiata” per ambire ad una normalità solo sognata.

I mostri altro non vogliono che essere normali e prova ne è il dialogo, pregno di struggente consapevolezza della loro condizione, fra le due sorelle:

“…Vabbè, ma se io voglio uscire con un ragazzo, che fai, ci stai pure tu?”

“…Embè?! Io non vi sento, mi metto le cuffiette”

Ottima la prova della esordienti Marianna e Angela Fontana che riescono a prestare ottimamente il corpo e il volto al martirio fisico con una forza interpretativa che raramente è riscontrabile in altre attrici italiane già a lungo ‘navigate’ (chi mi conosce sa a chi mi sto riferendo).

PNP: Piccola Nota Polemica:  allo stato attuale, per la sottoscritta, è il miglior film della 73 Mostra di Venezia (mi è successo anche l’anno scorso con Caligari: se ci lascio il cuore, per me è gia fatta). Non riesco a comprendere per quale ragione non sia stato inserito in concorso, ma relegato solo nel recinto delle “Giornate degli Autori”, permettendo invece a quell’inutilità di “Spira Mirabilis” di gareggiare (quando il pubblico esce in massa dalla sala, urlando e cavandosi gli occhi FORSE non è buon segno, ma a quanto pare la velleità conta più di tutto il resto). Perché il cinema italiano dev’è essere per forza scemenza artistoide, commediuola per famiglie o film dai nomi importanti? Per fortuna che le cose stanno cambiando, davvero, nonostante il meccanismo di produzione di storie nuove e fresche sia ancora molto bloccato. Ok, fine del pippotto.

Comunque “Indivisibili”, mi dicono dalla regia, dovrebbe uscire il 29 settembre in sala. Andateci. Reperite anche il prima possibile la colonna sonora, ad opera di Enzo Avitabile.

Fate tutto quello che potete per godere appieno di questo gioiellino.

 

 

 

Nocturnal Animals

Susan Morrow ha tutto quello che una donna potrebbe desiderare. Una vita lussuosa a Los Angeles, col suo esaltante lavoro da mercante d’arte e il suo fascinosissimo marito Hutton.

“Cos’è quello sguardo sempre triste, allora, Susan? Quel gelo, quella distanza costante dal mondo?”

Tutto è immobile, tutto quello che la circonda è pura pietra senza vita, senza calore e senza sussulti. Per questo la donna rimane molto colpita quando le viene recapitato un misterioso pacco da parte del suo ex marito Edward Sheffield. E’ il romanzo che lui è riuscito a scrivere in circa vent’anni dopo essersi separati, si intitola “Nocturnal Animals” ed è dedicato completamente a lei. In un biglietto gentile lui esorta la donna a leggere il libro e a chiamarlo durante la sia visita in città…

…Ma il libro si rivela una escalation di brutale violenza che la costringe a ripercorrere i momenti più importanti della loro storia – risalente ai tempi dell’università – e a guardarsi finalmente dentro dopo tanto tempo rivalutando le scelte fatte e, tornare in qualche modo a ‘sentire’ qualcosa.

Perché, si sa, nulla più della vendetta fa sentire vivi.

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